IL CUORE DEL MULINO: LA MACINA E LO SCALPELLINO

Quella che vedete non è solo una pietra: è il motore della vita contadina di Calatafimi. Questa è la mola originale del Mulino Novo.

Osservate le linee incise sulla superficie. Nel mulino ad acqua di tipo greco, il grano entrava dal foro centrale (l’occhio) e veniva spinto verso l’esterno. Le scanalature non sono un decoro, ma una perfetta opera di ingegneria: agivano come forbici per tagliare il chicco e come ventilatori per spingere fuori la farina senza surriscaldarla.

Ma la pietra, lavorando, si consuma. È qui che il mugnaio, come Giuseppe Gandolfo, si trasformava in scultore. Con pazienza infinita e armato di scalpellino, doveva periodicamente “rabbigliare” la mola, ripassando ogni singolo solco per restituirle il taglio perfetto. Un lavoro massacrante, fatto di polvere e precisione assoluta. Dalla perfezione di questi solchi scolpiti a mano dipendeva la qualità del pane di intere famiglie.

L’Arte dello Scalpellino: La “Rabbigliatura”

Qui entra in gioco il lavoro più duro e sapiente del nonno Giuseppe. Con l’attrito continuo, la pietra (spesso pietra molare, porosa e durissima) si consumava, diventando liscia. Una pietra liscia non macina, brucia il grano.

Periodicamente, il mugnaio doveva compiere un’operazione faticosissima chiamata rabbigliatura (o rabboccatura).

Era un lavoro da certosino, immerso nella polvere di pietra, che richiedeva un occhio clinico e una mano fermissima: se i solchi erano troppo profondi, la farina usciva grossolana; se erano troppo leggeri, si bruciava.

Si doveva sollevare la pesantissima mola superiore (nella foto noti dei robusti cerchioni in ferro sul bordo, che servivano a tenere compatta la pietra ed evitare che esplodesse per la forza centrifuga).

Armato di scalpellino e martellina, il nonno doveva battere la pietra millimetro per millimetro, per ravvivare il taglio delle scanalature.

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